Quei bravi ragazzi (e quel viaggio in Marocco)

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01 feb Quei bravi ragazzi (e quel viaggio in Marocco)

«Dici che il giudice ci lascerà almeno stare in cella assieme?» chiedo a Roberta con occhi impauriti. Lei ricambia lo sguardo (e la paura), vorrebbe poter rispondere di sì.

Mancano ormai pochi minuti alla nostra udienza. C’è solo un uomo anziano a dividere con noi la sala di attesa del tribunale. Non riesce a staccare gli occhi dalle nostre panche. Poi d’improvviso punta l’indice dritto nella nostra direzione e chiede: «voi siete quelli del Marocco, vero?» Roberta annuisce. «Mi ricordo bene le vostre facce, c’era la vostra foto sul giornale». Roberta ed io non rispondiamo. Trenta secondi passano in silenzio, l’uomo continua a scrutarci. Poi prende di nuovo coraggio e chiede «Ragazzi, toglietemi una curiosità: ma come vi hanno beccato?»

***

Siamo a Capodichino, è quasi mezzanotte. L’aereo che ci ha riportati in Italia è l’ultimo della giornata e dietro di noi tutto si spegne pian piano. Ai nastri dei bagagli, sotto la scritta “Tangeri”, ci sono solo i nostri due zaini. Li raccogliamo e ci dirigiamo verso l’uscita, stringendoci la mano. A pochi metri dall’uscita (quando ormai le porte scorrevoli si aprono per il nostro passaggio) una voce alle nostre spalle ci chiama «voi due, ragazzi, fermi!» Piedi bloccati e testa che lentamente ruota indietro. Un uomo in divisa sotto il cartello delle dogane ci fa cenno di avvicinarsi a lui. Le porte scorrevoli si richiudono. «Cortesemente, potete aprire i vostri bagagli?»

Quando il primo zaino è ormai aperto sul banco e soggetto all’ispezione del poliziotto, un suo collega un pò più anziano si avvicina a noi ed inizia a scrutarci. Sofferma lo sguardo in particolare sulle nostre mani, sulle labbra. Poi si avvicina a me e – con accento decisamente familiare – aggiunge: «Uagliò fammi sentì l’alito».

«Uagliò fammi sentì l’alito»

Nelle porte di vetro che ho di fronte riesco a specchiarmi e a vedere le tracce che ancora porto sulla bocca (ecco cosa deve aver visto il poliziotto). Trovo anche un pò di polvere sulla maglietta che ho addosso. Ci hanno scoperti! Vorrei dire a Roberta di scappare, forse lei potrebbe salvarsi se mi lanciassi contro i nostri controllori. In quel momento, però, due donne in divisa si affiancano a lei. Siamo bloccati.

Non ho scelta, quindi. Mi avvicino al poliziotto e alla sua camicia con una macchia rossa in evidenza (testimonianza orgogliosa di una qualche fetta di pizza mandata giù qualche ora prima). Apro la bocca ed espiro. “Come spiegherò tutto questo a mio padre?” penso nel frattempo. “Come farà mia madre a capire? A perdonarmi?”

***

Sono ormai le tre di notte quando l’avvocato esce dall’ufficio del Commissario, nella Questura di Napoli. Si dirige verso di noi per spiegarci come stanno le cose. Siamo accusati di consumo di tajine (con l’aggravante di tentato occultamento) e di introduzione in Italia di sostanze illegali su questa sponda del Mediterraneo. Ad incastrarci c’è il ritrovamento nello zaino della polvere rossastra, già ripartita in venti bustine da 50 grammi (“pronte per lo spaccio”).

Ad incastrarci c’è il ritrovamento nello zaino della polvere rossastra, già ripartita in venti bustine da 50 grammi

Tajine, polvere di curcuma, finto, Marrakesh - MaroccoSecondo la nuova legislazione italiana si tratta di reato contro la produzione autarchica nazionale. Siamo traditori della patria cucina, colpevoli di non aver mangiato esclusivamente pizza margherita all’estero né di aver chiesto “due spaghettini veloci veloci” al gestore della taverna che ci aveva servito invece un cous cous con carne e uvetta. In sintesi, non abbiamo rappresentato degnamente il nostro Paese all’estero e addirittura ci siamo lasciati corrompere da esotici quanto effimeri sapori extracomunitari.

Certo i nostri amici ci avevano avvertito. «Non fate un viaggio del genere, è rischioso. Vi potrebbe capitare di assaggiare cibi sconosciuti, frutta e verdura che chissà-da-dove-vengono, per non parlare dell’igiene..» «Perchè invece non andate a Sharm El Sheik? Trovate anche lì gli arabi che a voi piacciono tanto ma almeno alla sera mangiate quello che cucinano i cuochi italiani al villaggio vacanze. E potete fare anche il bis di pasta! Il paradiso, no?»

«Avvocato, perché è venuto lei a trovarci in Questura, perchè non mia madre? Forse non ha potuto?». Il volto familiare del nostro difensore si avvicina «Francesco, tua madre poteva venire ma non ha voluto farlo. È molto arrabbiata con te, è molto delusa. Ragazzi, ma come avete fatto a mangiare per due settimane cous cous e tajine?» L’avvocato tradisce il suo disappunto e, con voce ormai stanca, aggiunge: «E pensare che tua madre aveva preparato la parmigiana di melanzane per il vostro rientro. Non quella semplice, no. Quella con le melanzane fritte due volte!» A queste parole Roberta ed io ci accasciamo, in sincrono, presi da un forte malore.

***

Dopo aver ascoltato con attenzione il nostro racconto, il vecchietto nella sala d’attesa torna a scrutarci da lontano con sguardo perplesso. Ad un tratto le porte si aprono e una voce ci annuncia che è arrivato il nostro turno («il giudice vi sta aspettando»). ‘E allora che il nostro compagno di reclusione si avvicina a noi, consapevole di avere solo pochi secondo per il suo quesito. «Ragazzi, posso farvi un’ultima domanda?» Si guarda intorno con attenzione, non vuole orecchie indiscrete ad ascoltarlo. «Ma questi tajine sono davvero così buoni da rischiare tutto questo?» Roberta ed io ci guardiamo negli occhi. Ci avviamo poi verso l’aula di giudizio, sorridendo.

(qui il vero racconto di viaggio degli autori)

 

In questa pagina foto di blueluig (Flickr)

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